lunedì 25 luglio 2011

Maestri 2. Iela Mari



Gabriela Ferrano detta Iela, nasce a Milano nel marzo del 1931. Frequenta il corso di pittura  all'Accademia di Brera, dove incontra Enzo Mari, che frequenta il corso di scenografia, con cui si sposa nel 1955. Dalla loro unione, durata fino al 1965, nascono due figli, Michele e Agostina e, dalla loro collaborazione artistica, molti libri importanti, da L'uovo e la gallina a La mela e la farfalla, tutti pubblicati originariamente dalle Edizioni Emme. Attualmente vive a Milano.
I suoi libri sono pubblicati in Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo, Germania, Giappone, Taiwan, Corea. In Italia è presente nel catalogo di Babalibri.


La natura ci salverà?

Prima di deporre l’uovo la gallina si fruga con il becco tra le penne morbide della pancia, ne stacca qualcuna e prepara un giaciglio. Poi depone l’uovo già fecondato. Nella prima tavola, di sfuggita, compare anche il gallo, appoggiato a sinistra in alto nella pagina, ma scompare subito dalla scena.
Non ha molta importanza per lo svolgimento della storia, che si sviluppa secondo l’ordinato scorrere naturale. Il pulcino si forma dentro l’uovo, sviluppa i suoi organi, le piume, il becco, le zampine e alla fine rompe il guscio che lo ha protetto fino allora. Siamo stati attenti, fino a questo momento, a quanto sta succedendo all’interno dell’uovo: le fasi della crescita e dello sviluppo del pulcino sono disegnati in sezione e noi possiamo essere testimoni di questa essenziale  operazione sia narrativa che ‘di progetto’.

Di progetto, certo, perché le tavole gialle e nere che precedono la nascita, e che si suppongono sezionate all’interno della gallina, sono elaborate come veri e propri disegni progettuali, apparentemente così precisi da rasentare la freddezza.

L’operazione è però anche, abbiamo detto, narrativa e quindi uno degli elementi che concorre alla definizione della storia è lo scorrere del tempo. Antefatti, nascita, formazione e apprendimento del pulcino potremmo dire, che, appena è sufficientemente forte da rompere il guscio, zampetta subito a becchettare qua e là e si rifugia al caldo sotto le penne ospitali della mamma chioccia. Il pulcino cresce, si irrobustisce, si appresta a diventare galletto, o gallina non sappiamo, e la sua dieta non è più limitata ai semi che si trovano in terra ma comprende adesso insetti che volano e vermi che strisciano. Fine della storia che è, come è facile capire, al tempo stesso didattica e poetica. Didattica perché, senza l’ausilio delle parole, ci racconta con grande esattezza di particolari e precisione scientifica, un ciclo naturale essenziale, poetica perché proprio da quella precisione ‘scientifica’ il racconto prende forma e sostanza diventando poesia.

C’è poesia, infatti, nello sguardo d’insieme e nell’affettuosità dei particolari (la gallina che si spiuma per preparare il giaciglio, la lenta fase della cova, l’incertezza della nascita e dei primi zampettìi), ma anche poesia nel tratto che, modulato soltanto nei toni del giallo e del nero (con rari accenni di rosso), cerca di non lasciarsi sopraffare dall’emozione stupefatta del ‘miracolo’ della nascita ma mantiene sempre quel tono misurato, quel sereno understatement, che ne costituisce il gran fascino e la portata, appunto, poetica.

Naturalmente quanto detto e raccontato per L’uovo e la gallina può essere riportato, mutatis mutandis, anche agli altri libri di Iela Mari, dal primo, La mela e farfalla, all’Albero, uno dei risultati che, nell’ottica che andiamo delineando, sembrano più maturi.

Dentro la mela c’è il verme che si apre una strada per uscire all’aperto, si sviluppa, cresce, diventa bruco. Si ferma su un ramo del melo e comincia a tessere il bozzolo che ne permetterà la trasformazione in farfalla. La farfalla spiega le ali e vola di nuovo verso l’albero di melo, ora ricoperto di fiori bianchi, Su un fiore, destinato a crescere e a sviluppare la mela, la farfalla deporrà il suo uovo, un piccolissimo segno rosso, e mentre il frutto cresce e da verde si ipotizza diventi di un bel rosso maturo, l’uovo si svilupperà diventando di nuovo verme, di nuovo bruco, e poi di nuovo bozzolo e di nuovo farfalla. E la storia non può che ricominciare, anche qui senza parole, ma con una precisione narrativa che non ce ne fa certo sentire la mancanza.




Dove comunque Iela Mari riesce a far quadrare in maniera quasi perfetta il cerchio della sua ‘ideologia’ grafica è in un libro del 1973, l’Albero, che riassume gli elementi fin qui evidenziati.

Gli attori sono un grande albero, uno scoiattolo, un nido di uccelli, il passare delle stagioni con i cambiamenti morfologici, cromatici e di comportamento  che esso postula e impone. L’albero è bianco, sotto la neve, spoglio, e lo scoiattolo è rintanato sottoterra per proteggersi dal freddo. L’arrivo della primavera fa rinverdire l’albero, lo scoiattolo esce dalla tana e si arrampica tra i rami, gli uccelli arrivano e fanno il nido. Con l’estate e poi con l’autunno le foglie diventano rosse, ingialliscono, cadono e gli uccelli volano via in cerca di terre calde. Lo scoiattolo, fatta la sua provvista di nocciole, torna a rinserrarsi nella sua tana. Arriva di nuovo l’inverno e tutto torna bianco, scheletrico, immobile. Si aspetta di nuovo la primavera, in un ciclo immutabile.


I personaggi della storia e i loro movimenti quasi impercettibili sono ripresi da una ‘camera fissa’, frontale. Tutto è naturale e immutabile, si pensa; nulla potrebbe turbare quell’equilibrio perfetto e tutto cambia perché tutto possa tornare come prima, in un esemplare ciclo dell’eterno ritorno.
La storia di Iela è, però, anche un inno alla speranza, alla capacità della natura di provvedere a se stessa in modo assoluto, lontana com’è, ieraticamente distante, dalle frenesie di trasformazione che arrivano insieme alla presenza dell’uomo.

Nello stesso anno in cui Iela Mari disegnava l’Albero, Jorg Muller dava alle stampe il suo Dove c’era un prato in cui la stessa ‘camera fissa’ registra le variazioni, allo scorrere del tempo, della campagna che diventa zona industriale, raccordo autostradale, parcheggio di supermarket. In anni molto più vicini a noi Roberto Innocenti, con la medesima ‘camera fissa’, ha raccontato un secolo e più di vita di una casa colonica a mezza costa, con il passaggio delle epoche, naturali, sociali e politiche, che ne hanno determinato il cambiare e il deteriorarsi.
In tutti questi libri lo scorrere del tempo provoca un cambiamento, ma solo nel libro di Iela Mari non si registra la delusione e il dramma. Che la salvezza sia davvero nella natura?

Andrea Rauch, La natura ci salverà?, in Iela Mari, Il mondo attraverso una lente, Babalibri, 2010.

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